Talk to the future

Giovani e AI in dialogo per il futuro della professione forense

I ragazzi si dimostrano sempre più affini e predisposti a usare la tecnologia, consapevoli di dover trovare un equilibrio tra apporto umano e macchina

di Anna Mulassano

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«Durante gli anni dell’Università non usavo l’intelligenza artificiale, anche a causa del pregiudizio che il mondo accademico nutre». A parlare è Margherita Cappellacci, avvocata praticante presso il Foro di Milano, nel corso dell’incontro «La prospettiva dei giovani: utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale ed evoluzione della professione forense» che si è tenuto il 19 maggio a Milano nell’ambito del ciclo di panel «Talk to the future». La realtà negli studi, però, spesso è diversa: «Per la ricerca giurisprudenziale ci avvaliamo anche dell’AI – racconta Cappellacci - ma comunque le banche dati tradizionali rimangono il punto di partenza e di arrivo del processo. Il settore in cui uso meno l’AI è la redazione di atti: in quel caso mi limito alla revisione formale o alla ricerca di sentenze».

Un supporto per chi studia

Le potenzialità dell’intelligenza artificiale, come ausilio a quella umana, si colgono ascoltando le argomentazioni di Giulio Furitano, studente del quarto anno di Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Uso quotidianamente l’AI – spiega Furitano – come supporto allo studio, ma anche per organizzare il tempo che ho a disposizione per preparare una materia». Il giovane giurista mette però in guardia dal rischio di diventare utenti passivi dell’AI: il controllo umano è sempre necessario. La componente personale del rapporto che si instaura tra avvocato e assistito, conclude Furitano, è il cuore della professione e non può andare persa.

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Sinergia tra apporto umano e tecnologia

Una riflessione, quella sulla necessità dell’aspetto umano accanto alla competenza, che Elisa Demma, presidente del Movimento forense, definisce «confortante». Allegra Cruciani che, come Furitano, è studentessa del quarto anno di Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore aggiunge: «Utilizzo anche io l’AI, ma sono d’accordo con chi solleva delle perplessità. È necessario portare nelle università e nelle scuole il dibattito sulla questione antropocentrica».

Giovani più affini allo strumento

La piccolissima differenza anagrafica tra Cappellacci, Cruciani e Furitano segna però un cambio di paradigma radicale tra chi si è trovato l’AI tra le mani durante gli ultimi anni di università e chi, quando ha intrapreso il percorso accademico, ne aveva già fatto estesa esperienza. «Come hanno detto i più giovani, loro hanno la possibilità di sfruttare questi strumenti che secondo me, se usati bene, hanno un grandissimo potenziale» commenta con «Il Sole 24 Ore» l’avvocata praticante.

Antonio Caterino, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Milano, chiosa: «Temo che i giovani siano più consapevoli perché hanno avuto più tempo per sperimentare con l’AI e infatti hanno una capacità più raffinata di interrogare i sistemi, come ci dimostra l’esempio della domanda sull’organizzazione dello studio».

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