John Roemer e il linguaggio impreciso della responsabilità personale
La prospettiva roemeriana ci costringe a smettere di usare la responsabilità come una sentenza e a trattarla, finalmente, come una domanda di giustizia
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Sentiamo spesso frasi di questo tipo, che esprimono giudizi tanto sicuri quanto poco informati: “Poteva impegnarsi di più”, “Se l’è cercata”, “Non ha saputo approfittare delle occasioni”, “Altri, al posto suo, ce l’hanno fatta”.
Sono frasi brevi, apparentemente ragionevoli, spesso neanche del tutto false, ma proprio per questo, insidiose, perfino pericolose. La loro forza non sta nella menzogna, ma nella semplificazione. Prendono un frammento di verità, il fatto che le persone scelgono, resistono, cedono, si impegnano o rinunciano, e lo trasformano in una teoria generale della responsabilità. Come se ogni vita potesse essere letta dal punto in cui la osserviamo noi, quando ormai il suo esito è visibile e le conseguenze determinate.
Abbiamo iniziato la settimana scorsa ad analizzare il lavoro di John Roemer, il quale, proprio a questo riguardo suggerisce una mossa necessaria: se vogliamo capire il senso di una gara e vogliamo poter valutare correttamente il significato della classifica finale, dobbiamo iniziare ad analizzare la gara prima che questa abbia inizio. Dobbiamo spostare lo sguardo prima della linea di partenza. Dobbiamo capire cosa hanno fatto i corridori per arrivare lì e in che condizioni ci sono arrivati. Non per negare il merito individuale, ma per mostrarne quanto questo dipenda da circostanze che non scegliamo e delle quali, quindi, nel bene o nel male, non possiamo essere ritenuti responsabili.
Il secondo passaggio è ancora più difficile. Occorre rispondere, infatti, a una domanda complessa e scomoda allo stesso tempo. Una volta riconosciuto che i geni, la famiglia, la scuola, il quartiere, la salute, il capitale culturale, le reti sociali e molti altri fattori esterni influenzano le opportunità e la nostra capacità di farle fruttare, che cosa resta della responsabilità personale? Se tutto è geneticamente e socialmente determinato, possiamo ancora dire che qualcuno è responsabile delle proprie scelte? Oppure la giustizia deve rinunciare ad ogni linguaggio dell’imputazione, lasciando gli individui sospesi tra destino e struttura? La tentazione sarebbe forte. Un ritorno alla teoria della predestinazione.
Dopo la colpa, prima del destino
Se non ho scelto la famiglia, il paese, il cervello, il momento storico in cui sono nato, in che senso posso dire di aver “meritato” il mio successo? La meritocrazia, spinta alle sue conseguenze logiche, sembra dissolversi in una forma sofisticata di predestinazione laica. Ma, nonostante l’apparente opposizione di superficie, entrambe le prospettive naturalizzano gli esiti sociali: la predestinazione lo fa esplicitamente, richiamandosi alla volontà divina o alla sorte; la meritocrazia lo fa implicitamente, presentandoli come il giusto risultato delle capacità e dell’impegno personale.








