Mind the Economy/Justice 154

John Roemer e il linguaggio impreciso della responsabilità personale

La prospettiva roemeriana ci costringe a smettere di usare la responsabilità come una sentenza e a trattarla, finalmente, come una domanda di giustizia

di Vittorio Pelligra

John Roemer

10' di lettura

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Sentiamo spesso frasi di questo tipo, che esprimono giudizi tanto sicuri quanto poco informati: “Poteva impegnarsi di più”, “Se l’è cercata”, “Non ha saputo approfittare delle occasioni”, “Altri, al posto suo, ce l’hanno fatta”.

Sono frasi brevi, apparentemente ragionevoli, spesso neanche del tutto false, ma proprio per questo, insidiose, perfino pericolose. La loro forza non sta nella menzogna, ma nella semplificazione. Prendono un frammento di verità, il fatto che le persone scelgono, resistono, cedono, si impegnano o rinunciano, e lo trasformano in una teoria generale della responsabilità. Come se ogni vita potesse essere letta dal punto in cui la osserviamo noi, quando ormai il suo esito è visibile e le conseguenze determinate.

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Abbiamo iniziato la settimana scorsa ad analizzare il lavoro di John Roemer, il quale, proprio a questo riguardo suggerisce una mossa necessaria: se vogliamo capire il senso di una gara e vogliamo poter valutare correttamente il significato della classifica finale, dobbiamo iniziare ad analizzare la gara prima che questa abbia inizio. Dobbiamo spostare lo sguardo prima della linea di partenza. Dobbiamo capire cosa hanno fatto i corridori per arrivare lì e in che condizioni ci sono arrivati. Non per negare il merito individuale, ma per mostrarne quanto questo dipenda da circostanze che non scegliamo e delle quali, quindi, nel bene o nel male, non possiamo essere ritenuti responsabili.

Il secondo passaggio è ancora più difficile. Occorre rispondere, infatti, a una domanda complessa e scomoda allo stesso tempo. Una volta riconosciuto che i geni, la famiglia, la scuola, il quartiere, la salute, il capitale culturale, le reti sociali e molti altri fattori esterni influenzano le opportunità e la nostra capacità di farle fruttare, che cosa resta della responsabilità personale? Se tutto è geneticamente e socialmente determinato, possiamo ancora dire che qualcuno è responsabile delle proprie scelte? Oppure la giustizia deve rinunciare ad ogni linguaggio dell’imputazione, lasciando gli individui sospesi tra destino e struttura? La tentazione sarebbe forte. Un ritorno alla teoria della predestinazione.

Dopo la colpa, prima del destino

Se non ho scelto la famiglia, il paese, il cervello, il momento storico in cui sono nato, in che senso posso dire di aver “meritato” il mio successo? La meritocrazia, spinta alle sue conseguenze logiche, sembra dissolversi in una forma sofisticata di predestinazione laica. Ma, nonostante l’apparente opposizione di superficie, entrambe le prospettive naturalizzano gli esiti sociali: la predestinazione lo fa esplicitamente, richiamandosi alla volontà divina o alla sorte; la meritocrazia lo fa implicitamente, presentandoli come il giusto risultato delle capacità e dell’impegno personale.

Quando scegliere non basta

Roemer sfugge a questa finta contrapposizione tra merito e destino elaborando una teoria della responsabilità meno rozza di quelle che hanno animato fin qui il dibattito. In Equality of Opportunity (Harvard University Press, 1998) scrive: “Intendo introdurre una distinzione tra responsabilità (responsibility) e imputabilità (accountability); una distinzione che solitamente non viene operata nel linguaggio comune (…) Ritenere una persona imputabile (accountable) di un’azione – continua il filosofo - significa che essa debba pagarne le conseguenze: dovrebbe, forse, risarcire chi ha subito un danno a causa di tale azione, oppure essere punita dalla società per essa. In altre situazioni, una persona responsabile di un comportamento che genera delle conseguenze per sé stessa deve accettarle: la società non ha alcun mandato morale di modificarle. Ora, in molti casi, anche se non in tutti, potremmo pensare che una persona possa essere ritenuta imputabile di un comportamento solo se ne è responsabile. (Non possiamo, per esempio, ritenere una persona ipnotizzata colpevole del danno che ha causato a qualcuno mentre era sotto ipnosi)” (p. 18). Fin qui il discorso del filosofo sembra muoversi solamente sul piano terminologico e sintattico. Ma poi Roemer va più a fondo e si concentra sul nesso opposto. Sul fatto, cioè, che “ritenere una persona responsabile non significa sempre che dovremmo ritenerla imputabile. Così, per esempio, potremmo decidere che un’adolescente è responsabile di una scarsa frequenza scolastica, perché ha deciso di saltare spesso le lezioni, ma ciononostante non ritenerla imputabile di ciò, anzi potremmo provare ad adottare misure per colmare il suo conseguente deficit educativo, se le circostanze della sua vita spiegassero il suo comportamento (…) Dico che gli individui dovrebbero essere ritenuti imputabili dei loro gradi (degrees) di impegno – conclude Roemer - ma non dei loro livelli (levels) di impegno. La conseguenza di un’azione per una persona non dovrebbe dipendere dalle sue circostanze, ma da quanto si impegna. Coloro che hanno profuso lo stesso grado di impegno dovrebbero essere ritenuti ugualmente imputabili delle conseguenze; poiché sono ugualmente imputabili, le loro ricompense (vale a dire, i livelli del vantaggio o del benessere in questione) dovrebbero essere uguali. Possiamo ritenere una persona imputabile di un comportamento scorretto solo se sarebbe stato ragionevole, date le circostanze, che si fosse comportato meglio: ma l’insieme dei comportamenti ragionevoli dipende dal “tipo” di persona (…) considerato come l’insieme dei comportamenti osservati in quel tipo” (pp. 18-19). Questa distinzione dunque è decisiva. Essere responsabili di un’azione non significa sempre doverne sopportare interamente le conseguenze. Posso aver fatto qualcosa, averlo scelto, averlo voluto in un senso non puramente meccanico, e tuttavia la società può avere ragioni per non lasciarmi solo davanti a tutto ciò che da quella scelta deriva. La conclusione che ne trae Roemer è chiara: “Ritengo che sia moralmente sbagliato considerare una persona responsabile per non aver compiuto un’azione che sarebbe stato irragionevole aspettarsi da una persona nelle sue circostanze (…) La distinzione tra responsabilità e imputabilità ci permette di mantenere determinati standard morali riguardo alle azioni, senza tuttavia punire chi compie un atto riprovevole se, in quelle circostanze, solo un essere sovrumano avrebbe potuto evitarlo” (p. 18).

Riconoscere che una persona è responsabile, dunque, non implica necessariamente ritenerla interamente imputabile, o far ricadere su di essa l’intero costo della sua condotta. Qui si apre uno spazio morale sottile, lontano sia dal paternalismo sia dal moralismo. La giustizia non deve trattare gli individui come bambini incapaci di agire, ma neppure deve fingere che ogni scelta sia nata in condizioni di piena padronanza.

Pensiamo alla scuola, per esempio. Una ragazza smette di frequentare con regolarità. Accumula assenze. Studia poco. Arriva impreparata. Formalmente, la scelta di tale condotta è la sua. Nessuno ha materialmente deciso al suo posto. Ma se quella condotta nasce dentro una famiglia disgregata, in una casa senza spazi, in un contesto in cui nessuno ha mai trasformato la scuola in una promessa credibile, quanto è giusto farle sopportare fino in fondo le conseguenze di una scelta che pure è la sua scelta? Possiamo dire che è “responsabile” delle assenze. Ma siamo sicuri di poterla ritenere “imputabile” nello stesso modo in cui lo sarebbe una coetanea cresciuta in un ambiente dove la frequenza scolastica è protetta da abitudini, aspettative, risorse e sorveglianza affettuosa?

John Roemer sul punto ci invita a distinguere il giudizio morale dalla sanzione sociale. Non ogni errore deve diventare destino. Così come non ogni rinuncia deve trasformarsi in una colpa. C’è una differenza tra dire “hai agito male” e dire “da questo momento in poi meriti tutte le conseguenze peggiori di ciò che hai fatto”. È una differenza che le ideologie securitarie e punitive tendono a cancellare. E la cancellano soprattutto con i più fragili, perché il linguaggio della responsabilità funziona spesso come un dispositivo selettivo. È severissimo con chi ha poche protezioni, ma indulgente con chi dispone di molti modi per trasformare i propri errori in incidenti di percorso.

Il peso nascosto dell’impegno

La mossa teorica di Roemer consiste nel collegare la responsabilità all’impegno (effort), ma non all’impegno inteso come quantità assoluta. Come abbiamo visto, infatti, egli distingue tra “livelli” (levels) e “gradi” (degrees) di impegno. Ora questa distinzione mostra tutta la sua portata morale. Le persone dovrebbero essere imputabili del loro “grado” di impegno ma non del loro “livello”, perché quest’ultimo è fortemente condizionato dalle “circostanze”. Dobbiamo guardare al “grado” di sforzo, alla posizione relativa che una persona occupa rispetto a coloro che condividono condizioni simili alle sue.

È un’idea controintuitiva perché siamo abituati a misurare l’impegno dai risultati che questo sembra produrre. Ma tali risultati sono generati dalla combinazione delle circostanze e dell’impegno. Occorre quindi trovare un metodo per eliminare nella valutazione l’influenza delle circostanze. Misurare l’impegno, cioè, ma solo a parità di circostanze. Sappiamo, infatti, che la stessa prestazione può richiedere energie molto diverse. Sappiamo che per alcuni la normalità è sostenuta da una rete invisibile di aiuti, mentre per altri ogni gesto ordinario costa una fatica supplementare. Sappiamo che il coraggio non coincide sempre con il successo, e che la pigrizia non coincide sempre con il fallimento. Sappiamo che ciò che accade ai bambini dal primo anno di scuola primaria in poi è determinato fortemente da ciò che gli è capitato precedentemente, nel periodo che va dalla gestazione fino al primo giorno di scuola. Roemer fa l’esempio di due bambini, Alan e Betsy. Alan appartiene a un gruppo svantaggiato mentre Betsy a un gruppo privilegiato. Entrambi esercitano lo stesso “livello” assoluto di impegno. Ma quello stesso livello colloca Alan al novantesimo percentile della distribuzione dell’impegno osservato nel suo “tipo”, cioè nel gruppo di alunni che vivono nelle stesse “circostanze”, mentre Betsy si trova, pur a parità di impegno, solo alla mediana del proprio “tipo”. Davanti a questa situazione la conclusione di Roemer è netta: “Tenendo conto delle rispettive circostanze, Alan si è impegnato più di Betsy” (p. 15). A parità di livello di impegno, il grado esercitato da Alan è maggiore, perché ha fatto qualcosa che, nel suo contesto, è molto meno comune, meno sostenuto, meno atteso.

Chi ci appare mediocre in termini assoluti, dunque, può avere esercitato un grado di sforzo altissimo rispetto alle sue “circostanze”. Chi appare brillante, al contrario, può essersi limitato a scorrere lungo una pendenza favorevole, a sfruttare i vantaggi della vita. Naturalmente non sempre è così e infatti Roemer non trasforma ogni svantaggiato in un eroe né ogni privilegiato in un usurpatore. Il suo argomento è più sobrio e ci dice che senza informazioni sulle “circostanze”, il nostro giudizio sulla responsabilità è moralmente incompleto. Citando Ortega y Gasset potremmo dire “Yo soy: yo y mi circunstancia” (“Io sono: io e le mie circostanze”) (p. 15). Non solo io. Non solo le circostanze. La giustizia si muove nello spazio determinato dalla congiunzione di queste due realtà. Se vede solo l’io, diventa colpa. Se vede solo la circostanza, diventa predestinazione. Se le tiene insieme entrambe, allora può forse cominciare a giudicare senza umiliare.

La responsabilità e le circostanze

Questo punto è particolarmente importante in un Paese come l’Italia, dove la responsabilità viene spesso invocata in modo intermittente. La chiediamo ai ragazzi che abbandonano la scuola, ai poveri che non “si attivano”, ai disoccupati che rifiuterebbero lavori indecenti, ai giovani che non fanno figli, ai percettori di sussidi sospettati di opportunismo. La chiediamo molto meno alle istituzioni che producono scuole diseguali, servizi per l’infanzia insufficienti, trasporti fragili, salari bassi, tirocini infiniti, mercati del lavoro in cui la disponibilità viene confusa con il merito e la vulnerabilità con la flessibilità. E i giovani fuggono all’estero.

La responsabilità, in questo uso pubblico, diventa spesso una parola verticale. Scende dall’alto verso il basso. È rivolta a chi deve giustificarsi, raramente a chi organizza le condizioni entro cui gli altri scelgono. Roemer ci spinge invece a renderla simmetrica. Se gli individui sono responsabili delle loro scelte, le società sono responsabili delle circostanze che rendono alcune scelte ragionevoli, altre improbabili, altre quasi impensabili. Non si tratta di sostituire la responsabilità personale con la responsabilità sociale. Si tratta di impedire che la prima venga usata per nascondere la seconda.

Il punto più difficile riguarda proprio ciò che possiamo ragionevolmente aspettarci da una persona. Non possiamo pretendere lo stesso comportamento da vite equipaggiate in modo così diverso, se non vogliamo trasformare l’universalismo morale in cecità sociale.

Naturalmente questa impostazione può inquietare. Chi decide quali circostanze contano? Chi stabilisce che cosa era ragionevole aspettarsi? Come evitare che la comprensione diventi indulgenza e l’indulgenza ingiustizia verso chi, nelle stesse condizioni, si è impegnato di più? Roemer conosce il problema. Per questo non affida la giustizia alla compassione individuale, ma a una procedura pubblica. Le circostanze rilevanti devono essere discusse politicamente, definite collettivamente, rese osservabili per quanto possibile. Non c’è algoritmo che ci risparmi il conflitto morale. Ma c’è un modo più onesto di formularlo: non chiedere genericamente quanta disuguaglianza siamo disposti ad accettare, bensì quali conseguenze siamo disposti ad attribuire agli individui e quali, invece, alla struttura sociale.

La posta in gioco è alta. Una società che attribuisce troppo poco agli individui rischia di indebolire l’idea stessa di “agency”, di iniziativa e di autonomia personale. Ma una società che attribuisce troppo agli individui diventa crudele, perché chiama libertà ciò che spesso è solo esposizione differenziale alle bizze della sorte. La responsabilità, per essere moralmente seria, deve essere situata. Deve sapere da dove parla, verso chi parla, che cosa presuppone quando giudica.

In questo senso Roemer ci aiuta anche a leggere la retorica contemporanea della “resilienza”. Poche parole, negli ultimi anni, hanno avuto tanta fortuna pur essendo così avvolte nell’ambiguità. Resiliente è chi resiste, chi si adatta, chi non si spezza. Ma quando la resilienza diventa un dovere imposto ai vulnerabili, essa cambia natura. Non è più una virtù; diventa un modo elegante per chiedere agli individui di compensare da soli le mancanze delle istituzioni. Si loda la ragazza che studia nonostante tutto, il giovane che lavora e si laurea, il lavoratore che si reinventa dopo ogni crisi. Ma l’elogio può trasformarsi in un alibi. Se alcuni ce la fanno nonostante tutto, allora tutti avrebbero potuto farcela. È qui che il caso eccezionale viene usato per alimentare l’“abitudine all’ingiustizia”.

Questo non significa negare l’ammirazione per chi resiste, ma evitare di farne una misura punitiva per chi non riesce. Che qualcuno superi ostacoli enormi mostra la grandezza di quella persona; non dimostra la giustizia degli ostacoli. Una società decente non deve costruire politiche pubbliche chiedendo a tutti di essere eccezionali. Deve chiedersi quali condizioni permettano a persone ordinarie di esercitare responsabilità ordinarie senza essere schiacciate in partenza.

La responsabilità che resta, allora, non è poca cosa. È forse più esigente di quella meritocratica, perché non si accontenta della superficie dei risultati. Non dice semplicemente che ognuno deve rispondere di sé. Ci dice che ognuno deve rispondere di sé per ciò che, date le sue circostanze, poteva ragionevolmente fare. Questa aggiunta cambia tutto. Introduce nel giudizio una memoria sociale. Ci ricorda che le scelte sono personali, ma non nascono mai in uno spazio vuoto.

Leggere Roemer oggi è un necessario esercizio anti-ideologico. Esercizio ancora più necessario oggi, quando la destra moraleggiante tende a vedere nella sconfitta un difetto individuale e la sinistra più determinista tende, ancora troppo spesso, a vedere nell’individuo solo il luogo in cui la struttura si riproduce. Roemer non accetta né l’una né l’altra semplificazione. Ci chiede di abitare quella zona scomoda in cui le persone sono davvero agenti, ma agenti preparati, sostenuti, orientati, autorizzati a desiderare in maniera fondamentalmente diseguale. Nella sua prospettiva, dunque, la giustizia comincia quando impariamo a giudicare senza dimenticare. Senza dimenticare che il linguaggio della responsabilità può nobilitare la libertà, ma anche giustificare l’abbandono. Senza dimenticare che chiedere conto a qualcuno della propria vita è legittimo solo se siamo disposti, nello stesso momento, a chiedere conto alla società delle condizioni in cui quella vita ha dovuto scegliere. La prospettiva roemeriana, allora, ci costringe a smettere di usare la responsabilità come una sentenza e a trattarla, finalmente, come una domanda di giustizia.

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