Formazione

L’iceberg della comunicazione: quanto pesa il “non detto” nel business

Scoprire e valorizzare il linguaggio nascosto e le emozioni non espresse può migliorare la produttività e la qualità delle relazioni lavorative

di Luca Brambilla*

 (Adobe Stock)

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

“L’essenziale è invisibile agli occhi”. La celebre citazione tratta da “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry ci ricorda una legge che non è solo del cuore, ma tocca il centro della comunicazione. In un mondo come quello delle imprese dove quest’ultima è talvolta ridotta a una transazione di dati, la differenza si può giocare su un terreno quasi del tutto inesplorato: l’invisibile, appunto. Lo conferma l’effetto iceberg: ciò che emerge nelle relazioni professionali, nei colloqui di lavoro e nelle trattative è appena il 10% della realtà; il restante 90%, essenziale per il successo, rimane sommerso sotto la superficie del “non detto”.

Citando Sigmund Freud, possiamo dire che “l’uomo non è padrone in casa propria”. Nel senso che la nostra mente non appare completamente sotto il controllo della coscienza ma è influenzata in modo decisivo dall’inconscio (desideri, paure, impulsi nascosti): così come il pensiero sgorga in noi come acqua da una roccia, non possiamo sondare il 100% della comunicazione altrui che resta, come l’acqua, in buona parte carsica. Eppure questa quota di mistero e indeterminatezza non è un limite, ma lo spazio necessario per la scoperta continua dell’altro nella relazione.

Loading...

La sfida: aumentare il visibile

Partiamo da un dato. Migliorare la comunicazione può aumentare la produttività fino al 20-25%, visto che il “non detto” alimenta ambiguità, conflitti latenti, perdita di tempo decisionale. La sfida è allora aumentare quel 10% di linguaggio visibile.

Come? Il linguaggio invisibile è misurabile attraverso lo studio dei canali paraverbali e non verbali. Se il verbale sceglie le parole, è il paraverbale a definire i cosiddetti verticali emotivi: quel surplus di enfasi o di pause o di gesti che rivela le reali priorità dell’interlocutore. Un esempio? Una clausola contrattuale accettata con un tono incerto pesa poiché il paraverbale codifica un’emozione che il testo ignora.

L’uso della domanda strategica

Nella comunicazione strategica il passaggio dall’interazione alla relazione strutturata avviene attraverso la gestione di tre pilastri: Io, Tu e Contesto. Qui emerge un paradosso fondamentale: parla di meno chi vuole sapere di più. L’uso strategico delle domande permette infatti di mappare il mondo dell’altro, evitando l’errore di giudicare i dati esterni secondo i propri parametri soggettivi. Una tecnica, questa, che consente già di far crescere quell’iniziale 10%.

Il “non detto” è spesso alimentato da una serie di filtri inibitori: il timore di ferire, la paura del giudizio, vincoli etici o gerarchici. In un contesto aziendale, è stimato che in meno dell’1% dei casi si dica esattamente tutto ciò che si pensa. Diventa quindi fondamentale per un leader saper leggere questi blocchi sociali e culturali per far emergere la verità.

L’Effetto Visibilità Inconscia e il peso del Contesto

Un elemento di particolare rilievo per il top management è la cosiddetta Visibilità Inconscia: nei contesti di alto livello, quello che gli altri sanno di noi è spesso superiore alla nostra percezione. Le informazioni viaggiano attraverso canali trasversali, social e contatti comuni, rendendo vano ogni tentativo di totale controllo della propria immagine; bisogna accettare che il sistema ci conosca meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.

Per mitigare questi rischi e favorire una comunicazione autentica, la strategia suggerisce di agire sul contesto oggettivo: spazio, tempo ed economia della relazione. Creare un ambiente fisico e psicologico sicuro non è (solo) un atto di cortesia, ma una scelta tattica: un interlocutore a proprio agio “consegna” informazioni che altrimenti dovrebbero essere “rubate” con sforzo e incertezza attraverso l’analisi dei segnali deboli.

Il coraggio come driver evolutivo

In ultima analisi, il più grande ostacolo alla trasparenza è la carenza di coraggio. Esplicitare un desiderio o un giudizio significa assumersene la responsabilità e dover reagire alle eventuali conseguenze.

Lo studio di Wilson & Gilbert (2005) intitolato “Affective Forecasting” esplora come le persone prevedono le proprie reazioni emotive future, specialmente riguardo all’incapacità di essere consapevoli fino in fondo dei processi interiori. I due studiosi evidenziano una tendenza a sovrastimare l’impatto emotivo degli eventi che verranno: questo freno mentale (Impact Bias) alimenta la paura del giudizio o delle conseguenze, ostacolando la comunicazione autentica. Non solo. Esiste anche la deterrenza del “non detto”: la paura di una reazione negativa è spesso una costruzione mentale errata che toglie il coraggio di far emergere i veri desideri.

Da “non detto” a risorsa

In ambito professionale, così come in quello personale, le relazioni che funzionano sono quelle che accettano l’evoluzione costante: non cercano la stabilità di un incastro perfetto, ma la capacità di crescere e cambiare assieme nel tempo.

La comunicazione strategica, in definitiva, non nasce per manipolare ma per scoprire l’invisibile e trasformare il “non detto” in una risorsa gestionale, considerando che le informazioni consegnate sono sempre le più attendibili. Ecco perché solo chi ha il coraggio di “bucare la superficie” può sperare di governare la complessità delle relazioni moderne.

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti