Migranti

La Consulta bacchetta il governo su abuso ufficio e Cpr

Per i giudici i trattenimenti nei Cpr implicano un «assoggettamento fisico all’altrui potere», che incide sulla libertà del migrante

di Redazione Roma

Un’immagine di un Centro di permanenza per i rimpatri

3' di lettura

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Arriva una doppia tegola sul governo dopo la pronuncia della Consulta, che ha depositato le motivazioni delle sentenze sull’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e la disciplina dei Centri di permanenza per i rimpatri: due argomenti simbolo del governo che ancora fanno discutere. Pur rigettando i ricorsi fugando dubbi di incostituzionalità, i giudici hanno lanciato un messaggio chiaro in entrambi le questioni di legittimità poste: dev’essere il legislatore a dover intervenire per redimere problemi o vuoti normativi scaturiti da queste misure. Un monito è giunto in particolare sui trattenimenti nei Cpr, che per i giudici implicano un «assoggettamento fisico all’altrui potere», che incide sulla libertà del migrante.

Nonostante abbia dichiarato inammissibile il ricorso del giudice di pace di Roma, la Corte ha sottolineato però che le attuali regole non rispettano la riserva di legge in materia di libertà personale. Ma spetta al legislatore doverla integrare, non ai giudici. Sottolineando un “vulnus”, la Consulta ha parlato di una normativa del tutto inidonea a definire, con sufficiente precisione, quali siano i “modi” della restrizione, ovvero quali siano i diritti delle persone trattenute nel periodo - che potrebbe anche essere non breve - in cui sono private della libertà personale. Si tratta quindi di una disciplina rimessa, quasi per intero, a norme regolamentari e a provvedimenti amministrativi discrezionali.

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Avvocati: subito un’istanza per liberare i migranti dai Cpr

Dopo la sentenza della Consulta di oggi, che «ha chiarito che il trattenimento nei Cpr comporta l’assoggettamento all’altrui potere, cioè una forma di limitazione della libertà personale», gli avvocati milanesi Eugenio Losco, Mauro Straini e Gianluca Castagnino hanno «depositato una richiesta di immediata liberazione di un nostro assistito ristretto nel Cpr di Ponte Galeria» a Roma. Lo spiegano gli stessi legali, chiarendo che «in assenza di una disciplina legislativa dei modi del trattenimento, riteniamo che tutti i trattenuti» nei centri di permanenza per i rimpatri «debbano essere liberati».

Fonti Viminale: su Cpr già al lavoro per una nuova norma

Di fronte a tali motivazioni non hanno tardato ad arrivare le reazioni. Dal ministero dell’Interno è stato specificato che «la legge istitutiva dei Centri di permanenza per il rimpatrio risale al ’98, ovvero alla legge Turco Napolitano» e dunque «l’odierna pronuncia mette in luce una carenza risalente nel tempo senza tuttavia mettere in discussione la legittimità dell’utilizzo dei Cpr per il rimpatrio dei migranti irregolari. Sul punto gli uffici del Viminale - si apprende - erano già impegnati nella redazione di una norma di rango primario».

L’opposizione: ora sospensione delle convalide di trattenimento

Ad intervenire è anche l’opposizione, che ora attacca: «Ora i giudici di pace non dovrebbero fare finta di niente e, alla luce di questa pronuncia, dovrebbero sospendere le convalide di trattenimento in queste strutture mentre il Parlamento dovrebbe immediatamente seguire l’indicazione della Corte», ha detto il segretario di +Europa, Riccardo Magi. E per Alleanza Verdi Sinistra, «questi centri sono un buco nero del diritto».

Consulta: politica intervenga su vuoti tutela abuso ufficio

L’altro tema finito sotto la lente dei magistrati costituzionali è la cancellazione dell’abuso d’ufficio, che da anni scatena un dibattito sulla cosiddetta “paura della firma”, ovvero il timore dei funzionari pubblici di assumersi responsabilità per paura di essere processati penalmente. Sulla sua abrogazione l’Esecutivo sembrava aver chiuso definitivamente la disputa politica a proprio favore, dopo che la Corte lo scorso maggio aveva sentenziato di non ravvisare alcun profilo di incostituzionalità. La questione potrebbe però essere destinata a riaprirsi dato che i giudici, nelle loro motivazioni, parlano di «indubbi vuoti di tutela penale che derivano dall’abolizione di questo reato». E anche in questo caso - specificano - si tratta di una «questione che investe esclusivamente la responsabilità politica del legislatore, non giustiziabile innanzi a questa Corte al metro dei parametri costituzionali e internazionali esaminati». Si tratterebbe dunque di lacune che il Parlamento in questo caso sarebbe deputato a colmare. Alcuni ricorrenti avevano inoltre messo in dubbio la compatibilità di questa abrogazione anche con la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (la cosiddetta Convenzione di Mérida), da cui discenderebbe quantomeno il divieto di abrogarlo in assenza di misure alternative. Ma per la Consulta non c’è alcun contrasto e viene escluso che da esse possa ricavarsi un obbligo di prevedere come reato le condotte di abuso di ufficio, reato che peraltro non è uniformemente presente in tutti gli ordinamenti penali degli Stati firmatari.

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