Vaticano

La prima enciclica di Leone XIV: centralità della persona davanti alla sfida dell’AI

“Magnifica humanitas” è il manifesto del pontificato del Papa americano: una prosecuzione ideale della Rerum Novarum di Leone XIII del 1891

di Carlo Marroni

Papa Leone XIV nella Terra dei Fuochi, l'ingresso nel Duomo di Acerra

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Centralità e dignità della persona umana. Di fronte ai problemi gravi (e nuovi) dei nostri tempi, va promossa la dignità del lavoro, la verità, ma anche la giustizia e la pace, coltivando un sano realismo con una visione di lungo respiro, promuovendo la cultura dell’incontro. La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, è certamente il “manifesto” del suo pontificato, con l’urgenza di avere un approccio umano, appunto, verso l’intelligenza artificiale, una delle principali sfide dell’epoca contemporanea.

La prima presentazione con un pontefice

Le prime righe danno uno spaccato del pensiero papale: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Il documento, che conferma la centralità della Dottrina Sociale della Chiesa, è stato firmato da Robert Prevost lo scorso 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII, il pontefice cui si ispira, che affrontò le sfide e le contraddizioni della rivoluzione industriale.

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L’enciclica "Magnifica Humanitas", la prima di Leone XIV ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

L’enciclica è stata presentata il 25 maggio dallo stesso Pontefice, caso unico fino ad oggi, e tra gli altri anche da Cristopher Olah, co-fondatore di Anthopic, colosso dell’AI che negli ultimi anni ha promosso modelli di sviluppo orientati alla trasparenza e alla riduzione dei rischi sociali delle nuove tecnologie, e che sotto l’amministrazione Trump è entrata in contrasto con il Pentagono.

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«Disarmare» l’intelligenza artificiale

“Disarmare” l’AI, significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Da lì si parte, per capire il percorso dell’enciclica: La tecnologia – scrive Leone - può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Il tema oggi per il papa americano è “disarmare” l’AI, che «significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale».

L’allarme del Papa sul “paradigma tecnocratico”

Quindi Leone mette in guardia dal “paradigma tecnocratico” già denunciato da Francesco e a causa del quale ogni scelta viene dettata esclusivamente da parametri di efficienza e profitto. Al contrario, la tecnologia più potente non è necessariamente la migliore: l’IA può imitare e simulare l’uomo, ma non possiede coscienza morale, empatia, capacità affettiva, relazione e spirituale. Occorre dunque approcciarsi all’IA in modo sobrio e vigile, mantenendo chiarezza sulle responsabilità di tutti i suoi passaggi (accountability) e puntando su politiche e quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti.

Soprattutto c’è bisogno di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa, perché «non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi». Senza tralasciare l’impatto ambientale delle nuove tecnologie, le quali richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidendo sulle emissioni di anidride carbonica e danneggiando il Creato.

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La proprietà privata non è un valore assoluto o intoccabile

Collegato a questo principio c’è quello della proprietà privata «che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni. Secondo Giovanni Paolo II, tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». Ma la tradizione della Chiesa «non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata», la sua funzione sociale non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa.

«Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini. Inoltre, la cura della Casa comune e la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future chiedono che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo tale da rispettare l’ambiente, evitare sprechi e nuove forme di saccheggio».

La finanza slegata da fondamenti morali produce abusi

La finanza – scrive Leone - ha conquistato negli ultimi anni una rilevanza crescente e ha conosciuto una forte innovazione anche in seguito all’introduzione delle criptovalute. Le riflessioni dei suoi predecessori hanno evidenziato come il funzionamento dell’intermediazione finanziaria «quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi ed ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale».

Ed è altrettanto vero che la rendita da capitale rischia di sostituirsi al reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico. Eppure, il risparmio che viene trasformato in credito per l’economia reale, e quindi per creare lavoro sia dipendente sia autonomo, resta centrale per lo sviluppo e per gli investimenti che debbono accompagnare le transizioni in corso. La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro.

Aborto e eutanasia «scelte gravemente illecite»

La dignità della persona parte da un assunto: la persona è creata a immagine e somiglianza di Dio. È necessario ricordarlo – dice il documento - poiché «la pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti» può ridurre la persona a «risorsa da usare e sfruttare» o a «ciò che realizza o produce». Al contrario, «la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Un secondo fondamento della Dottrina Sociale è l’inviolabilità dei diritti umani, tra i quali il primo è quello alla vita «dal concepimento fino alla sua conclusione naturale»: al riguardo, Leone XIV definisce l’aborto provocato, l’uccisione di innocenti e l’eutanasia come «scelte gravemente illecite».

Inoltre si ribadisce il riconoscimento dei diritti delle minoranze, con particolare attenzione alle donne: in loro favore, Leone sollecita «scelte concrete» nelle leggi, nel lavoro, nell’istruzione, nelle responsabilità sociali e politiche, affinché esse siano davvero ascoltate e valorizzate. A questo si collega il principio della giustizia sociale: nel tempo digitale, deve garantire a tutti un accesso equo alle opportunità, proteggere i più fragili, contrastare l’odio e la disinformazione, sottoporre a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, «così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli».

Un “banco di prova decisivo” riguarda i migranti, rifugiati, sfollati: il modo in cui la società li tratta dimostra «se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità». Di qui, il richiamo sia a custodire «il diritto alla speranza» di quanti sono costretti a partire, garantendo loro vie sicure e legali, accoglienza dignitosa e integrazione; sia a promuovere “il diritto a rimanere” ciascuno nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando “le cause profonde” delle migrazioni.

La politica senza visione ridotta a calcoli di breve termine

Sui temi della politica Leone scrive che allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli. «Quando la politica rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità, e al tempo stesso crescono disuguaglianze e fratture sociali».

E questo vale anche per la politica internazionale. «Mentre le distanze tra i popoli aumentano, si fanno strada logiche di contrapposizione e di aggressività, e il difficile percorso verso un mondo più unito e fraterno subisce nuove e dolorose battute d’arresto. In questo quadro, parlare di un cammino condiviso verso uno sviluppo più giusto per l’intera famiglia umana “suona come un delirio”. Non possiamo però perdere la speranza. Invito tutti a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati. Infatti, la promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni. Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile».

Superato (da tempo) il concetto di “guerra giusta”

Leone XIV quindi affronta il tema della guerra: «La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti» e senza un approccio etico, le decisioni sulla vita e sulla morte delle persone saranno sempre più impersonali, con il ricorso alla forza ritenuto come una «opzione immediata e praticabile». Alla base di tutto c’è una “cultura della potenza” che normalizza la guerra e la riabilita come “strumento di politica internazionale”, favorendo il riarmo. Sull’opinione pubblica, che in passato vedeva la belligeranza solo come extrema ratio, oggi pesano anche le narrazioni mediatiche polarizzanti, nonché «una preoccupante perdita di memoria storica» che rende privi di una visione a lungo termine. Di conseguenza, oggi la pace non è intesa più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra i conflitti. Per questo, Leone XIV ribadisce che – fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto – occorre superare la teoria della “guerra giusta”, promuovendo piuttosto il dialogo, la diplomazia e il perdono.

Nessun algoritmo rende la guerra moralmente accettabile

Leone deplora la crescita dell’industria bellica, la corsa agli armamenti nucleari, l’emergere di nuovi attori armati – tra cui jihadisti – che mirano a perpetuare i conflitti come fonte di potere e di rendita. Netto, poi, il monito contro l’uso di armi legate all’IA perché «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», anzi: la tecnologia «non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità, può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così – prosegue - ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata».

Dunque, servono vincoli etici rigorosi, condivisi a livello internazionale, basati sulla responsabilità personale e sulla protezione dei civili, perché «ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto».

Progettare sistemi centrati sulla persona

Poi il tema del lavoro: nella “quarta rivoluzione industriale” rappresentata dalla transizione digitale, il Pontefice rimarca l’importanza di tutelare la dignità e il valore del lavoro: «I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori», spiega, poiché la tecnologia può dequalificare i lavoratori, relegarli a funzioni marginali, sottoporli a sorveglianza automatizzata. Al contrario, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non solo sulla prestazione, perché la tecnologia può certamente sollevare l’uomo da mansioni gravose o ripetitive, ma non deve assolutamente portare alla disoccupazione in nome della riduzione dei costi e dell’aumento del profitto. In uno scenario in cui si profilano maggiori povertà e disuguaglianze, provocate da sistemi automatizzati subentrati all’uomo, Prevost auspica anche un rinnovamento delle organizzazioni sindacali. Inoltre – osserva - la trasformazione digitale va governata in anticipo attraverso criteri sociali stabili, formazione accessibile e continua per i lavoratori, responsabilità d’impresa. Leone osserva, inoltre, la necessità di superare il Pil come parametro del grado di sviluppo di un Paese, puntando invece su dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente.

La finanza per la finanza è infatti diversa dalla finanza per lo sviluppo. E sulla scia di San Paolo VI, si rimarca l’interdipendenza tra pace e sviluppo, auspicando una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni «soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili», perché la prosperità contribuisce alla pace «solo se è diffusa, inclusiva e sostenibile».

Tornielli: applica i principi della Dottrina sociale al nostro tempo

«Nel tempo dell’intelligenza artificiale, con la dignità umana che rischia di essere oscurata dalle enormi concentrazioni di potere tecnologico fuori da ogni controllo, e da nuove forme di disumanizzazione, Papa Leone ci richiama al “dovere urgente” di restare profondamente umani» scrive in un commento il direttore editoriale della Santa Sede, Andrea Tornielli. «Magnifica humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, non è innanzitutto un testo analitico sull’intelligenza artificiale, non entra nei dettagli di processi che sono in continua evoluzione. È piuttosto una “summa”, che applica i principi della Dottrina sociale al nostro tempo, che è il tempo dell’IA, consolidando e attualizzando i punti cardine del magistero. È un testo che pone anche fine all’equivoco di quanti, confidando nell’assoluta libertà dei mercati e delle nuove tecnologie, tendono a derubricare come insegnamento opinabile il magistero papale sulla richiesta di un governo umano condiviso dell’IA, sull’ecologia integrale, sulle strutture economiche che diventano “strutture di peccato”, sul no alla guerra».

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