Mind the Economy/Justice 172

Pianificare insieme

Possiamo essere perfettamente capaci di costruire un piano collettivo e tuttavia non riuscire a sceglierlo insieme

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Ci sono persone delle quali possiamo prevedere praticamente quasi ogni mossa e con le quali, tuttavia, non abbiamo niente a cui spartire. Posso sapere che il mio vicino esce ogni mattina alle otto, che alle otto e cinque libera il parcheggio e posso perfino organizzare la mia giornata attorno a questo fatto, aspettare che esca, scendere subito dopo, occupare il suo posto. Il suo piano condiziona il mio. La cosa è un po’ inquietante, lo ammetto.

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Ma ricordate che gli abitanti di Königsberg regolavano i propri orologi sull’infallibile passeggiata pomeridiana di Immanuel Kant, la cui puntualità era talmente leggendaria da scandire la vita dell’intera città. Il filosofo seguiva ogni giorno lo stesso identico percorso con una regolarità quasi meccanica. Si racconta che saltò questo sacro appuntamento soltanto due volte in tutta la sua vita. Una di queste fu per l’assoluto rapimento vissuto durante la lettura dell’Emilio di Rousseau, l’altra quando seppe che in Francia era scoppiata la rivoluzione. Comunque sia, la questione importante riguarda il fatto che se il mio vicino di casa, così come Kant, modificassero le loro abitudini anche io assieme agli abitanti di Königsberg, saremmo costretti a modificare le nostre. Anche se io e il mio vicino non ci conosciamo nemmeno, così come la maggior parte dei concittadini del filosofo avevano mai avuto nulla a che fare con lui.

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La settimana scorsa avevamo lasciato la discussione del pensiero di Michael Bratman più o meno da queste parti. Davanti a questa piccola difficoltà della pianificazione congiunta. Perché se, per esempio, io e il mio vicino decidiamo di andare insieme in aeroporto, lui dovrà passare a prendermi alle otto e io cercherò di essere pronto alle otto. Caricheremo la valigia e partiremo. Anche in questo caso il mio comportamento dipende dal suo e il suo dal mio. Ma ora, se lui non arriva, non penso semplicemente che sia accaduto qualcosa che mi costringe a modificare il mio piano. Non penso solo che l’Emilio di Rousseau sia un grande libro o che la Rivoluzione francese sia un fatto, tutto sommato, rilevante, penso anche che qualcosa sia andato storto nel nostro piano.

È quel “nostro” che crea il problema

Sarebbe troppo facile risolvere la faccenda dicendo che vogliamo la stessa cosa. Volere la stessa cosa non significa ancora volerla insieme. Due persone possono voler prendere l’ultimo taxi fermo davanti alla stazione o l’ultimo tavolo disponibile al ristorante. Ma questo li rende concorrenti, non complici. Possono perfino volere entrambe che una certa cosa accada. Per esempio, che la via nella quale abitano sia pulita regolarmente o che la temperatura di questa lunga estate prima o poi inizi a ridursi. Ma questa coincidenza di desideri non produce tra loro nessun tipo di “noitudine”. E non lo produce neppure la reciproca dipendenza. Bratman sceglie di occuparsi di questa faccenda pur ritenendo non necessario inventarsi nuovi costrutti filosofici. Ci bastano intenzioni, piani, aspettative reciproche, ci dice il filosofo per capire la natura profonda della nostra capacità, o incapacità, di agire insieme. Non occorre supporre nessun soggetto collettivo chiamato “noi”. Le intenzioni restano individuali. Ciò che cambia è il modo in cui sono costruite e collegate tra loro. Supponiamo, allora, di dover tinteggiare insieme una casa. Io intendo che noi la tinteggiamo e tu intendi che noi la tinteggiamo. Il plurale conta. Ma non conta ancora abbastanza. Potrei pensare di farlo il prossimo sabato e tu, invece, la domenica. Io potrei immaginare di cominciare dall’esterno mentre tu hai già comprato tutto il necessario per gli interni. Potremmo essere perfettamente d’accordo sul fine e perfettamente in disaccordo su tutto il resto. Avremmo un “noi” nella frase eppure nella realtà due piani differenti.

Fare cose diverse insieme

È qui che Bratman introduce con una parola non proprio elegante e un’idea che invece è molto elegante: meshing. I nostri reciproci piani devono potersi incastrare tra loro. Non devono essere identici, anzi, normalmente non lo sono. Se portiamo un tavolo su per le scale io devo fare proprio ciò che tu non fai. Se tu sollevi da una parte io sostengo dall’altra, se tu arretri io avanzo, se tu non vedi lo stipite io devo vederlo per entrambi. Fare insieme non significa fare la stessa cosa. Significa fare cose differenti che acquistano senso l’una attraverso l’altra, perché reciprocamente funzionali al fine che vogliamo raggiungere. Questo è il salto che interessa a Bratman. Il mio piano non finisce più ai confini della mia azione. Contiene uno spazio per la tua. E il tuo contiene uno spazio per la mia. Prendiamo i due ricercatori che nell’esempio della settimana scorsa avevamo lasciato alle prese con un articolo. Uno raccoglie i dati, l’altro prepara l’analisi statistica. Sembra una normale divisione del lavoro. Ma il primo deve raccogliere dati in un formato che renda possibile l’analisi che il secondo intende effettuare. Il secondo deve scegliere un’analisi compatibile con la natura dei dati che il primo può effettivamente raccogliere. Se uno decide di cambiare campione, l’altro può essere costretto a modificare il modello. Se il secondo scopre che il modello richiede una variabile che non è stata raccolta, il problema non è più suo. È diventato un problema dell’articolo e quindi, in un senso molto concreto, di entrambi. Questa è una proprietà curiosa dei piani condivisi. Possono produrre problemi condivisi.

Non significa che ogni decisione debba essere presa insieme. Se così fosse, fare insieme qualcosa sarebbe quasi impossibile. Per organizzare un convegno non occorre riunirsi per decidere chi telefonerà al ristorante, quale font usare nella locandina o a che ora ordinare le bottiglie d’acqua. Proprio come i piani individuali che abbiamo analizzato la settimana scorsa, anche i piani comuni sono incompleti. Lasciano spazi vuoti. Delegano. Separano. Consentono a ciascuno di risolvere autonomamente una parte del problema. Ma l’autonomia ha un confine. Posso scegliere da solo il ristorante, non posso scegliere un ristorante a cento chilometri dalla sala del convegno senza che questa mia decisione entri nel piano degli altri. Posso scrivere autonomamente la mia parte dell’articolo, ma non posso modificare i dati di base il giorno prima della consegna fingendo che si tratti ancora soltanto della “mia parte”. Quanto più i nostri piani si incastrano, tanto più alcune decisioni cessano di essere soltanto mie pur continuando a essere prese in autonomia.

La cooperazione possiede perciò una strana geometria. Divide il lavoro e nello stesso tempo intreccia le decisioni. Mi permette di occuparmi di meno cose proprio perché posso fare affidamento sul fatto che tu ti occuperai delle altre. Io non prenoto i voli perché lo fai tu. Tu non prepari le slide perché lo faccio io. La specializzazione ci libera. Ma proprio ciò che ci libera da una parte, dall’altra ci rende dipendenti. Se tu non prenoti i voli, il mio piano salta. Se io non preparo le slide, il tuo lavoro verrà vanificato. E questo spiega perché per Bratman non basti la nozione di “compatibilità”. Occorre che ciascuno sia disposto, entro certi limiti, a rendere il proprio comportamento dipendente da quello dell’altro. Se il tavolo si inclina, correggo il movimento. Se tu rallenti, rallento. Se scopriamo che non passa dalla porta, non continuo ostinatamente a spingere la mia estremità perché “quella è la mia parte”. Il piano comune entra nel modo in cui reagiamo a ciò che accade. Si passa dalla “compatibilità” all’“interdipendenza”. Non abbiamo una mente in due corpi. Abbiamo qualcosa di meno misterioso e, forse proprio per questo, più interessante. Due menti che lasciano entrare l’una nei propri ragionamenti pratici una parte del piano dell’altra.

Un “noi” leggero

A questo punto potrebbe emergere una sensazione di déjà-vu. Non eravamo già passati da queste parti analizzando il pensiero di Margaret Gilbert? Non avevamo già incontrato due persone che passeggiano insieme e scoperto che il loro camminare diventa un’azione comune quando nasce tra loro un joint commitment? Sì, ma la domanda allora era diversa. La Gilbert guarda soprattutto a ciò che accade tra le persone quando costituiscono un soggetto plurale. Se decidiamo di fare una passeggiata insieme, la nostra decisione modifica la posizione normativa di ciascuno nei confronti dell’altro. Non posso semplicemente abbandonarti a metà strada come avrei potuto cambiare, senza consultarti, il percorso di una passeggiata solitaria. Il joint commitment genera pretese, obblighi, autorizzazioni reciproche. Michael Bratman guarda altrove. Immaginiamo pure che l’impegno esista. Come facciamo adesso a camminare insieme? Dobbiamo scegliere un percorso compatibile, adattare il passo, decidere se attraversare oppure no, fermarsi quando l’altro si ferma. Possiamo essere legatissimi dall’impegno e completamente incapaci di coordinare i nostri piani. L’obbligo non ci dice ancora come fare ciò che ci siamo impegnati a fare. È qui che Bratman alleggerisce il peso del “noi”. Non serve attribuire al gruppo una mente separata, né assumere che ogni attività condivisa generi necessariamente l’intera struttura normativa immaginata dalla Gilbert. Gli bastano agenti individuali dotati della capacità di pianificare, di intenzioni appropriate, di conoscenza reciproca e piani che possano “incastrarsi”. Non è poco. E tuttavia non richiede di trasformare il plurale grammaticale in una nuova persona. Il vantaggio di questa mossa si vede quando proviamo ad allargare un po’ lo sguardo. Gran parte della nostra vita comune è fatta di attività troppo organizzate per essere semplici coincidenze di comportamenti e troppo ordinarie per richiedere ogni volta la costituzione solenne di un soggetto collettivo. Prepariamo una cena, scriviamo un articolo, organizziamo un viaggio. Ciascuno continua a essere un centro autonomo di deliberazione, eppure una parte di ciò che ciascuno decide può essere compresa soltanto guardando a ciò che gli altri hanno deciso e a ciò che abbiamo deciso di fare insieme. Il “noi” di Bratman non cancella l’“io”. Lo costringe a fare spazio.

Chi si adatta a chi?

Ed è proprio quello spazio a riportarci alla questione della giustizia. Quella che più di tutte ci interessa. Nel Mind the Economy della settimana scorsa avevamo visto che non tutti possiedono la stessa possibilità di costruire piani abbastanza stabili da attraversare il tempo. Alcuni possono decidere oggi contando ragionevolmente sul fatto che le condizioni essenziali del loro progetto continueranno a esistere domani. Altri devono considerare ogni decisione provvisoria perché il loro futuro dipende continuamente da decisioni che non possono controllare. Ora il problema si complica. Perché anche quando facciamo qualcosa insieme non è detto che facciamo tutti la stessa quantità di spazio agli altri. Due piani possono incastrarsi perfettamente perché li abbiamo costruiti insieme. Ma possono incastrarsi altrettanto perfettamente perché uno è stato costretto a modellarsi sull’altro. Un direttore può stabilire tempi, obiettivi e procedure e ottenere che cento persone organizzino i propri piani di conseguenza. Il coordinamento può essere impeccabile. I singoli piani possono incastrarsi alla perfezione. Nessuno, guardando il risultato, vedrebbe necessariamente il problema. Bisogna guardare dentro l’incastro. Chi ha deciso la forma che dovevano assumere quei piani? Chi ha potuto lasciare aperte le proprie decisioni e chi ha dovuto chiuderle per adattarsi? Chi può cambiare programma obbligando gli altri a cambiare il loro? Chi ha il potere di stabilire quando uno o più dei piani individuali debbano essere modificati?

Affrontando tali questioni la teoria di Bratman non diventa improvvisamente una teoria della giustizia. Ma ci offre una prospettiva insolita dalla quale guardarne alcuni. C’è, infatti, chi può fare piani e chi deve necessariamente adattarsi ai piani degli altri. C’è chi può permettersi di lasciare aperte alcune possibilità e chi deve chiuderle perché le decisioni altrui hanno già ristretto lo spazio delle sue. È forse questo il punto più interessante al quale ci conduce l’impostazione di Bratman. Agire insieme non significa dissolvere gli individui dentro un soggetto collettivo. Significa costruire tra i loro piani una struttura sufficientemente robusta perché ciò che ciascuno fa dipenda, in parte, da ciò che fanno gli altri. Il “noi” non prende il posto dell’“io”. Entra nella sua pianificazione. E proprio per questo l’incastro può essere più o meno simmetrico, più o meno imposto, più o meno capace di lasciare a ciascuno lo spazio per costruire la propria parte del piano.

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Ma resta un problema

Possiamo essere perfettamente capaci di costruire un piano collettivo e tuttavia non riuscire a sceglierlo insieme. È il problema che Rousseau descrive attraverso la sua parabola della “caccia al cervo”. Tutti starebbero meglio cooperando, ma basta che ciascuno ragioni separatamente su ciò che gli conviene fare perché la cooperazione, per mancanza di fiducia reciproca, fallisca. Bratman ci ha spiegato come le nostre intenzioni e i nostri piani possano incastrarsi. Resta da capire da quale punto di vista scegliamo il piano che dovrà incastrarli. Ragioniamo come individui che cercano ciascuno la propria mossa migliore, oppure ci vediamo come membri di un gruppo che si domanda che cosa convenga fare insieme? È da questa domanda che partiremo per analizzare il contributo di Michael Bacharach. Potrà sembrare uno spostamento minimo il passare da “che cosa devo fare io?” a “che cosa dobbiamo fare noi?”. E invece è un passaggio filosoficamente radicale. A volte la strada da percorrere insieme è già lì, davanti a noi. È il punto dal quale la guardiamo che ci impedisce di vederla chiaramente.

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