Pianificare insieme
Possiamo essere perfettamente capaci di costruire un piano collettivo e tuttavia non riuscire a sceglierlo insieme
9' di lettura
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Ci sono persone delle quali possiamo prevedere praticamente quasi ogni mossa e con le quali, tuttavia, non abbiamo niente a cui spartire. Posso sapere che il mio vicino esce ogni mattina alle otto, che alle otto e cinque libera il parcheggio e posso perfino organizzare la mia giornata attorno a questo fatto, aspettare che esca, scendere subito dopo, occupare il suo posto. Il suo piano condiziona il mio. La cosa è un po’ inquietante, lo ammetto.
Chiedilo al Sole
Ma ricordate che gli abitanti di Königsberg regolavano i propri orologi sull’infallibile passeggiata pomeridiana di Immanuel Kant, la cui puntualità era talmente leggendaria da scandire la vita dell’intera città. Il filosofo seguiva ogni giorno lo stesso identico percorso con una regolarità quasi meccanica. Si racconta che saltò questo sacro appuntamento soltanto due volte in tutta la sua vita. Una di queste fu per l’assoluto rapimento vissuto durante la lettura dell’Emilio di Rousseau, l’altra quando seppe che in Francia era scoppiata la rivoluzione. Comunque sia, la questione importante riguarda il fatto che se il mio vicino di casa, così come Kant, modificassero le loro abitudini anche io assieme agli abitanti di Königsberg, saremmo costretti a modificare le nostre. Anche se io e il mio vicino non ci conosciamo nemmeno, così come la maggior parte dei concittadini del filosofo avevano mai avuto nulla a che fare con lui.
La settimana scorsa avevamo lasciato la discussione del pensiero di Michael Bratman più o meno da queste parti. Davanti a questa piccola difficoltà della pianificazione congiunta. Perché se, per esempio, io e il mio vicino decidiamo di andare insieme in aeroporto, lui dovrà passare a prendermi alle otto e io cercherò di essere pronto alle otto. Caricheremo la valigia e partiremo. Anche in questo caso il mio comportamento dipende dal suo e il suo dal mio. Ma ora, se lui non arriva, non penso semplicemente che sia accaduto qualcosa che mi costringe a modificare il mio piano. Non penso solo che l’Emilio di Rousseau sia un grande libro o che la Rivoluzione francese sia un fatto, tutto sommato, rilevante, penso anche che qualcosa sia andato storto nel nostro piano.
È quel “nostro” che crea il problema
Sarebbe troppo facile risolvere la faccenda dicendo che vogliamo la stessa cosa. Volere la stessa cosa non significa ancora volerla insieme. Due persone possono voler prendere l’ultimo taxi fermo davanti alla stazione o l’ultimo tavolo disponibile al ristorante. Ma questo li rende concorrenti, non complici. Possono perfino volere entrambe che una certa cosa accada. Per esempio, che la via nella quale abitano sia pulita regolarmente o che la temperatura di questa lunga estate prima o poi inizi a ridursi. Ma questa coincidenza di desideri non produce tra loro nessun tipo di “noitudine”. E non lo produce neppure la reciproca dipendenza. Bratman sceglie di occuparsi di questa faccenda pur ritenendo non necessario inventarsi nuovi costrutti filosofici. Ci bastano intenzioni, piani, aspettative reciproche, ci dice il filosofo per capire la natura profonda della nostra capacità, o incapacità, di agire insieme. Non occorre supporre nessun soggetto collettivo chiamato “noi”. Le intenzioni restano individuali. Ciò che cambia è il modo in cui sono costruite e collegate tra loro. Supponiamo, allora, di dover tinteggiare insieme una casa. Io intendo che noi la tinteggiamo e tu intendi che noi la tinteggiamo. Il plurale conta. Ma non conta ancora abbastanza. Potrei pensare di farlo il prossimo sabato e tu, invece, la domenica. Io potrei immaginare di cominciare dall’esterno mentre tu hai già comprato tutto il necessario per gli interni. Potremmo essere perfettamente d’accordo sul fine e perfettamente in disaccordo su tutto il resto. Avremmo un “noi” nella frase eppure nella realtà due piani differenti.
Fare cose diverse insieme
È qui che Bratman introduce con una parola non proprio elegante e un’idea che invece è molto elegante: meshing. I nostri reciproci piani devono potersi incastrare tra loro. Non devono essere identici, anzi, normalmente non lo sono. Se portiamo un tavolo su per le scale io devo fare proprio ciò che tu non fai. Se tu sollevi da una parte io sostengo dall’altra, se tu arretri io avanzo, se tu non vedi lo stipite io devo vederlo per entrambi. Fare insieme non significa fare la stessa cosa. Significa fare cose differenti che acquistano senso l’una attraverso l’altra, perché reciprocamente funzionali al fine che vogliamo raggiungere. Questo è il salto che interessa a Bratman. Il mio piano non finisce più ai confini della mia azione. Contiene uno spazio per la tua. E il tuo contiene uno spazio per la mia. Prendiamo i due ricercatori che nell’esempio della settimana scorsa avevamo lasciato alle prese con un articolo. Uno raccoglie i dati, l’altro prepara l’analisi statistica. Sembra una normale divisione del lavoro. Ma il primo deve raccogliere dati in un formato che renda possibile l’analisi che il secondo intende effettuare. Il secondo deve scegliere un’analisi compatibile con la natura dei dati che il primo può effettivamente raccogliere. Se uno decide di cambiare campione, l’altro può essere costretto a modificare il modello. Se il secondo scopre che il modello richiede una variabile che non è stata raccolta, il problema non è più suo. È diventato un problema dell’articolo e quindi, in un senso molto concreto, di entrambi. Questa è una proprietà curiosa dei piani condivisi. Possono produrre problemi condivisi.








