Piccole scelte quotidiane: buone, contagiose e, spesso, invisibili
Un secondo insieme di ragioni per cui il concetto di autointeresse si è imposto tra gli scienziati sociali, su una visione più complessa e plurale delle motivazioni umane
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
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Le motivazioni dell'azione umana sono plurali, l'abbiamo visto molte volte e anche solo la nostra introspezione ce lo suggerisce. Non siamo né totalmente autointressati, né totalmente altruisti.
Tra la posizione di Hobbes e Mandeville da una parte e quella di Rousseau, Hutcheson e Shaftesbury dall'altra, c'è una sconfinata, variegata e complessa terra di mezzo dove abitano le persone reali, dove abitiamo noi. E in questa terra di mezzo le persone vacillano, ora assomigliano più al bonario dottor Jekyll ora invece al malvagio mr. Hyde. «Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità – scrive Stevenson nel romanzo - la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due».
Ed è paradossale – ma è questo il messaggio più interessante del libro – che sarà proprio il tentativo di separare la polarità del male da quella del bene, di cercare un bene più puro e incontaminato a rendere ancora più forte e, alla fine vincente, il male. La negazione della pluralità delle motivazioni umane, la compressione del male o del bene, rende il bene più innaturale e, soprattutto, il male più forte.
«Pensavo che se ognuna di queste (due nature) - continua Stevenson - avesse potuta essere confinato in un'entità separata, allora la vita stessa avrebbe potuto sgravarsi di tutto ciò che è insopportabile: l'ingiusto avrebbe potuto seguire la propria strada di nequizie, svincolato dalle aspirazioni e dalle pastoie del virtuoso gemello; al giusto sarebbe stato dato altresì di procedere spedito e sicuro nel suo nobile intento, compiendo quelle buone azioni che lo avessero gratificato, senza essere più esposto alla gogna e al vituperio di un sordido compagno a lui estraneo. Era una maledizione del genere umano che questo eteroclito guazzabuglio dovesse così tenacemente tenersi avviluppato... che fin nel grembo tormentoso della coscienza questi gemelli antitetici dovessero essere in perenne tenzone. Come fare, allora, a separarli?».
Questa riflessione letteraria riecheggia la posizione di Elinor Ostrom, prima donna a vincere Il Nobel per l'economia nel 2009, appena quarant'anni dopo l'istituzione del riconoscimento, la quale amaramente riconosce che «Progettare istituzioni capaci di forzare o indirizzare individui puramente autointeressati verso l'ottenimento di esiti ottimali è stata la preoccupazione principale degli analisti politici e dei governi per gran parte del secolo scorso».







