La maravigghia sicula nelle giornate settembrine

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Sull’isola di Mozia tra archeologia, vigne e pranzi

I vigneti da venti anni sull’isola di Mozia

La barca dallo scafo sottile salpa dal molo di Contrada Spagnola, poco prima di Marsala, e solca lentamente la laguna, sfiorando la strada fenicia che emerge dall’acqua bassa, e lasciandosi alle spalle i mulini a vento delle saline, mentre all’orizzonte si distinguono le sagome delle isole Egadi. Approdare a Mozia a metà settembre, poco prima del tramonto, significa regalarsi la gaiezza di ritrovarsi da soli di fronte al Giovinetto, la statua greca risalente al V secolo prima di Cristo scoperta soltanto nel 1979, il cui corpo forte e al testo stesso efebico turba sempre chi lo guarda. Ma anche diventare partecipi della sua storia: quella antica che vide le navi fenicie e puniche considerarla un punto fisico di riferimento durante le loro rotte commerciali nel Mediterraneo, soprattutto coi Fenici che fondarono la città nell’VIII secolo a.C. innalzando mura, templi e appunto la strada sommersa che la collegava alla costa. I tiranni di Siracusa l’avrebbero distrutta, la sabbia e il tempo ne avrebbero celato a lungo i tesori. Fino a quando Joseph detto Pip Whitaker, produttore di vino marsala, giunto sull’isola per cacciare uccelli non si imbattè nelle prime anfore. L’avvento della fillossera gli impedì di piantare i primi vigneti ma gli diede modo di dare sfogo alla sua passione archeologica. Da venti anni esatti è la famiglia Tasca a coltivare le vigne tornate all’originale splendore, grazie anche alla presenza di falde di acqua sotterranea, tanto è vero che sono 42.150 le piante di vite e 280 gli ulivi. Al Caffè Delia, accanto al museo, si viene accolti con il succo di agave estratto dalle piante. Poi si può camminare tra i sentieri che uniscono i vigneti ai resti antichi tra le fortificazioni, la necropoli dove si riscontrano tombe sia ad incinerazione che ad inumazione in sarcofagi di pietra, il Tofet ovvero il santuario a cielo aperto in cui dentro i vasi erano deposti i resti di sacrifici umani e animali. L’area sacra del Kothon è composta, invece, da tre edifici sacri racchiusi da un recinto. Anche la Casa dei Mosaici col suo portico colonnato desta emozione. Incontrare Filippo Sammartano che cura i vigneti, i giardini, il roseto di Delia come se fossero suoi figli significa venire edotti con competenza e simpatia sui segreti dei vitigni, sui luoghi e momenti di ritrovamento del Giovinetto: vengono anche preparati pranzi nell’area picnic. Questa esperienza culturale, paesaggistica, gastronomica può essere organizzata perfino nell’ambito di Sicilian Odyssey il programma pensato per gli ospiti di Villa Igiea e Palermo che sull’onda del successo cinematografico del film diretto da Christopher Nolan desiderassero scoprire luoghi legati al mito omerico.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
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