Mosse bilaterali

Tecnologia Nato ed energia: la frattura tra Turchia e Israele attraversa l’Italia

A pochi mesi di distanza Roma sospende gli accordi di cooperazione militare con Tel Aviv e avvia partnership sui droni con Baykar. Le tensioni crescenti tra i due Stati avranno però un impatto sul mega progetto Imec. Al contrario, sulla Libia si nota una nuova convergenza tra Ankara e il nostro Paese

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Il 17 febbraio 2026, dal palco di un consesso di organizzazioni ebraiche americane a Gerusalemme, l’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha definito la Turchia «la nuova Iran». A Roma il governo Meloni ha concluso un percorso opposto e altrettanto significativo: il 16 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha esercitato il golden power per autorizzare la joint venture paritetica tra Leonardo e la turca Baykar Makina, destinata alla produzione di sistemi aerei a pilotaggio remoto di nuova generazione, con la benedizione politica arrivata già il 29 aprile 2025 a Villa Pamphilj, quando Giorgia Meloni ha ricevuto Recep Tayyip Erdoğan e i due Paesi hanno firmato undici accordi di cooperazione bilaterale. L’Italia si trova così, quasi per costruzione geografica prima ancora che diplomatica, esattamente al centro della frattura più pericolosa del Mediterraneo orientale: un partner industriale e militare crescente di Ankara, e insieme un alleato storico di Gerusalemme la cui cooperazione di difesa è oggi sospesa proprio a causa di quella stessa instabilità regionale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La Siria

Il filo che lega Ankara e Gerusalemme è antico quanto la Repubblica turca stessa — la Turchia fu il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele, nel 1949 — ma si è spezzato in modo strutturale dopo il 7 ottobre 2023, e il punto di rottura più recente e più concreto è la Siria post-Assad. Nelle settimane precedenti la fine di marzo 2025, squadre militari turche hanno ispezionato le basi aeree di T-4 e Palmyra, nella provincia di Homs, e l’aeroporto principale della provincia di Hama, valutandone piste e hangar in vista di un possibile dispiegamento; Israele ha colpito cinque siti in trenta minuti, distruggendo quasi interamente la base di Hama, e il ministro della Difesa Israel Katz ha definito l’attacco un avvertimento a “non permettere che la sicurezza dello Stato di Israele venga danneggiata”. A luglio la tensione è tornata a esplodere direttamente su Damasco: caccia israeliani hanno colpito il quartier generale del ministero della Difesa siriano e un’area vicina al palazzo presidenziale, ufficialmente per proteggere la minoranza drusa. Il governo israeliano ha istituzionalizzato questa lettura con un atto formale: il Comitato Nagel, istituito da Netanyahu nel gennaio 2025, ha definito la minaccia turca come un pericolo potenzialmente superiore a quello iraniano, avvertendo del rischio concreto di uno scontro diretto turco-israeliano.

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Su questa faglia si innesta una competizione infrastrutturale da decine di miliardi di dollari che riguarda anche gli interessi energetici italiani. Il corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), varato al G20 di Nuova Delhi nel 2023, collegherà il Golfo a Israele, Cipro e la Grecia scavalcando deliberatamente il territorio turco; Ankara ha risposto rilanciando la ferrovia ottomana dell’Hegiaz attraverso la Siria e la Giordania fino all’Oman, con il ministro del Commercio turco, Omer Bolat, che ha dichiarato apertamente l’obiettivo di «ridurre l’influenza di Israele nella regione». Israele, dal canto suo, ha rafforzato l’asse marittimo con un Piano d’Azione Congiunto trilaterale tra Grecia, Cipro e Israele e un Programma di Cooperazione Militare greco-israeliano per il 2026, esplicitamente pensato in funzione anti-turca. È in questo triangolo geografico — Levante, Cipro, coste italiane — che si gioca la sicurezza dei giacimenti di gas da cui dipende in parte il futuro energetico italiano: la Marina italiana e quella israeliana cooperano oggi nella protezione delle piattaforme di estrazione dei giacimenti di Leviathan e Tamar, ma il governo italiano ha appena annunciato la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione nella difesa con Israele per il ciclo 2026-2031, ufficialmente per rivedere l’intesa alla luce dell’instabilità in Libano e Gaza. Come nota il sito specializzato Energia Oltre, questa sospensione apre «un punto interrogativo» politico sulla velocità di alcuni progetti energetici comuni che dipendono proprio dalla stabilità militare nell’area - inclusi i corridoi verso l’Europa di cui l’Italia si candida a diventare hub.

Armamenti

Sul fronte turco, l’interscambio commerciale bilaterale con l’Italia ha raggiunto circa 28 miliardi di euro nel 2024, con Meloni che ha rilanciato l’obiettivo verso i 35-40 miliardi di scambi complessivi nel comunicato congiunto del summit di aprile 2025. Il pilastro più delicato di quella intesa è l’accordo Leonardo-Baykar: Baykar — guidata da Selçuk Bayraktar, genero di Erdoğan — costituirà con Leonardo una joint venture con sede in Italia per lo sviluppo, la produzione e la manutenzione di sistemi aerei senza pilota, con impianti destinati a Ronchi dei Legionari. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha indicato tre priorità per Ankara: investimenti nella difesa, produzione industriale transatlantica e sostegno all’Ucraina, mentre gli alleati hanno impegnato 70 miliardi di euro di assistenza militare all’Ucraina per il 2026-2027 in un summit ospitato proprio dal Paese che Israele considera oggi la propria minaccia strategica emergente. Non è un dettaglio protocollare: significa che l’Italia, membro fondatore dell’Alleanza, sta rafforzando l’industria della difesa turca — attraverso Leonardo — nello stesso momento in cui sospende la cornice di cooperazione militare con Israele, all’interno della medesima cornice atlantica che entrambi i Paesi condividono con Washington.

La diplomazia

La diplomazia italiana ha del resto già sperimentato, prima della crisi Turchia-Israele in senso stretto, quanto sia complesso muoversi tra Ankara e gli interessi mediterranei di Roma sul dossier libico, che oggi funge da laboratorio del rapporto con la Turchia in chiave energetica. L’incontro trilaterale di agosto 2025 a Istanbul tra Erdoğan, il primo ministro libico Abdulhamid Dbeibah e la stessa Meloni ha testimoniato la volontà italiana di dialogare con Ankara sulla Libia occidentale mentre Roma manteneva parallelamente canali con la Cirenaica orientale attraverso il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. L’ISPI osserva che potrebbe profilarsi un meccanismo trilaterale istituzionalizzato tra Turchia, Italia e Libia che includa sicurezza energetica e giurisdizione marittima, un’ipotesi che collocherebbe l’Italia in un ruolo di mediazione strutturale proprio nell’area dove la Turchia ha usato il memorandum marittimo del 2019 con la Libia, registrato alle Nazioni Unite, per contestare legalmente il tracciato del gasdotto EastMed — il progetto su cui più direttamente convergono gli interessi energetici di Eni, dei giacimenti israeliani e delle ambizioni italiane come hub di approvvigionamento verso l’Europa.

Le incognite

Anche qui si possono misurare le difficoltà italiane di fronte alla rivalità turco-israeliana. La domanda è: l’Italia può scegliere un campo senza perdere l’altro? Perché entrambi i rapporti sono al tempo stesso economici, industriali e securitari, e non meramente diplomatici. Con Ankara, l’Italia costruisce una joint venture nella difesa avanzata destinata a competere sui mercati europei ed export globali; con Gerusalemme, condivide la protezione navale di infrastrutture energetiche da cui dipende parte della sicurezza degli approvvigionamenti nazionali. La sospensione del memorandum di difesa italo-israeliano e l’accelerazione dell’asse Leonardo-Baykar, decise a poche settimane l’una dall’altra nella prima metà del 2026, non sono episodi isolati: sono una scommessa diplomatica che dipende da eventi mediorientali non controllabili da Roma.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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