Festival dell’Economia di Trento

Trump il picconatore: l’impatto su Pechino, Europa e Italia

La manifattura europea non ha perso il suo saper fare. Nemmeno sotto le picconate di Trump

di Lello Naso

L’incontro. Da sinistra: Adriana Castagnoli, Josef Nierling, Daniele Bellasio, Giuliano Noci e Marco Fortis

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Nel momento in cui questo articolo sarà letto, è molto probabile che le cose siano cambiate. Trump il picconatore globale, come lo definisce il titolo del panel che si è tenuto il 21 maggio al Festival dell’Economia di Trento, potrebbe aver reso superati molti dei ragionamenti dei relatori che si sono confrontati sotto la guida del vicedirettore del Sole 24 Ore, Daniele Bellasio.

Nella peggiore delle ipotesi, The Donald potrebbe aver ordinato alla portaerei che staziona davanti a Cuba di invadere l’isola. Non sarebbe un atto innocuo, come le sue tante sparate di questi due anni.

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Ma le analisi della storica dell’economia Adriana Castagnoli, dell’economista Marco Fortis, dell’amministratore delegato di Porsche Consulting Josef Nierling e del prorettore del Politecnico di Milano Giuliano Noci, oltre che tornare attuali dopo una smentita o una dichiarazione esatta e contraria di The Donald, resisterebbero nel tempo.

Perché, concordano i relatori, guardano al lungo periodo, alla tendenza delle azioni di Trump. Che vanno tutte nella medesima direzione: picconare quel che esisteva prima, bollato come fallimentare, per ricostruirlo in maniera simile.

È successo con i dazi, soprattutto quelli verso la Cina, tornati alla casella di partenza. Succederà, con molta probabilità, con l’accordo sul nucleare che gli Usa stanno discutendo con l’Iran e che ricalca quello sottoscritto da Obama e affondato da The Donald.

Dunque, cosa producono le picconate di Trump? 

Secondo Noci, un duplice effetto: la fossa per The Donald, il riconoscimento della Cina come potenza paritaria degli Stati Uniti.

Un boomerang aggravato dalla perdita di credibilità americana che si è già tradotta in un danno economico rilevante: la crescita dei tassi di interesse sul debito e la fuga dei capitali esteri dall’equity Usa. Con la Cina che in parallelo aumenta la sua sfera di influenza in Africa e in Sudamerica e la sua capacità di incidere in Iran e in Medio Oriente. Con Putin che viene scavalcato, ma conserva il suo peso nello scacchiere globale. Il pendolo della storia va verso Oriente.

Gli Usa di Trump, del resto, sostiene Castagnoli, hanno rinunciato al loro ruolo di egemone benigno del Dopoguerra e si sono trasformati in predatori. L’Europa, che ha beneficiato della politica degli Usa prima maniera, oggi paga il prezzo al predatore. Che, sostiene Castagnoli, la considera un nemico.

Mentre Cina e Russia non sono identificate più come potenze ostili. Putin e Trump si somigliano molto più di quanto The Donald assomigli all’Occidente, dice Castagnoli. Parlano entrambi di civilizzazione. Trump, in aggiunta, aspira a un ruolo carolingio, da imperatore-papa.

L’impatto economico di questa inversione a U americana ha già avuto un effetto sull’Italia, spiega Fortis. Se è vero che l’export verso gli Usa è aumentato (anche per le vendite in patria delle imprese americane della farmaceutica con stabilimenti in Italia), l’attivo della bilancia commerciale tricolore nei confronti degli Usa è diminuito di 4 miliardi.

A pesare fortemente, l’import di gas americano venduto all’Italia a prezzi esorbitanti. Ma anche gli Usa hanno poco da rallegrarsi: il disordine di Trump ha prodotto un aumento del debito (nel 2030 sarà al 150% del Pil contro il 135% dell’Italia) e una crescita nel 2025 dello 0,7%, un decimale in più dell’Italia.

Nierling evidenza, però, come Trump picconi le crepe dei nostri muri. L’incapacità dell’Europa di ridurre i suoi deficit di competitività e produttività, di scalare l’industria. Ma Trump non è l’America, dice Nierling.

Tanto che i sondaggi lo segnalano in caduta libera. L’industria europea deve essere brava a crescere dove, per paradosso, la stessa America di Trump crea gli spazi. Nell’automazione, nella climatizzazione. Deve, però, essere capace di autoriformarsi. Gli Usa non crescono per l’intelligenza artificiale, ma per i data center. C’è una nuova ondata da intercettare. Nuovi mercati, nuove opportunità. Anche nelle rural areas tanto care a Trump.

L’Europa, e l’Italia, possono ritagliarsi un ruolo. Anche perché la Cina è già alle prese con la gestione dell’overcapacità produttiva e della necessità di far crescere la domanda interna (con il rischio di far aumentare l’autonomia dei cittadini a danno delle oligarchie del partito).

Sul come, l’industria del Vecchio Continente possa crescere, le opinioni dei relatori divergono. Per Noci, deve essere brava a digitalizzare le sue competenze, per trasformare i dati in valore. Per Fortis, invece, proprio la scarsa digitalizzazione salverà le conoscenze europee e le proteggerà dal plagio da intelligenza artificiale.

Per Nierling, la carta vincente europea sarà la capacità di portare l’intelligenza artificiale dentro i prodotti fisici utilizzando le imprese digitali Usa come fornitori di servizi.

La manifattura europea, in fondo, non ha perso il suo saper fare. Nemmeno sotto le picconate di Trump.

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